In una giornata diversa dalle altre il ricordo del 23° della strage di via D’Amelio, di Paolo Borsellino e dei 5 agenti di scorta

Paolo Borsellino
Paolo Borsellino

Ventitré anni fa, il 19 luglio 1992 alle ore 16:58 una Fiat 126 carica di tritolo, almeno 90 chili, esplodeva in via D’Amelio a Palermo davanti all’abitazione della madre del giudice Paolo Borsellino, proprio mentre il magistrato che con Giovanni Falcone aveva preparato il maxi processo contro la mafia, accompagnato dagli inseparabili agenti della scorta, suonava al citofono.

In quel tratto di Beirut palermitana fu una carneficina, morirono dilaniati Paolo Borsellino e gli agenti Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano e Walter Eddie Cosina.

Eroi di una terra maledetta, insieme a tanti altri che hanno provato a darle legalità, identità e coraggio. Coraggio per una cambiamento che, nonostante le morti, gli eroi, i fiumi di parole, gli impegni e le promesse, non è mai avvenuto.

Diceva Peppino Impastato, altro eroe di questa terra martoriata e offesa: “Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”

Aveva ragione Peppino, quell’appuntamento mancato con ilcambiamentoe con laribellioneci ha fatti abituare alle loro facce, e sono tante, spesso mascherate da “antimafia” per non farci più accorgere di niente.

Per anni le due facce dell’antimafia si sono spesso sovrapposte e, come si diceva, nessuno se n’è accorto, ad eccezione di chi il dolore ce l’ha dentro e continua a viverlo, come i familiari delle vittime che non hanno ancora avuto risposte e giustizia.

D’altra parte,  se nella notte tutti i gatti sono neri e nessuno fa luce, è difficile distinguerli.

Eppure, in quel famoso articolo del 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, Leonardo Sciascia, che per questo fu duramente criticato, aveva dato l’avvisaglia parlando di “antimafia come strumento di potere”, per diventare potenti e intoccabili.

Già, potenti e intoccabili, storia che si ripete, e la giornata di oggi, per ricordare Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, e attraverso loro quanti sono caduti per mano mafiosa a difesa della legalità e dello Stato democratico, non è più uguale a tutte le altre.

Le polemiche di questi giorni sulle intercettazioni che riguardano la figura istituzionale più importante di questa terra di Sicilia, che non sono certo fresche di giornate ma hanno una loro “vecchiaia” visto che da mesi se ne sentiva parlare, anche se in modo velato, tra le righe,  gli attacchi alla figlia di Paolo Borsellino, Lucia, non ora che si è dimessa dall’incarico, ma da assessore regionale alla Salute, quella che rappresenta il “lato oscuro” di questa regione, e la scelta dei figli del magistrato ucciso in via D’Amelio di non partecipare a nessuna delle cerimonie pubbliche (quelle delle solite passerelle dove tutti si vestono di purezza e antimafia) per ricordare l’anniversario della strage, hanno certamente segnato e rimarcato la linea di separazione tra antimafia e “antimafia di facciata”.

Si accende così una fioca luce nella notte buia e, finalmente, si incominciano a intravvedere i gatti, e ci si accorge che non sono poi tutti neri.

Il triste destino della Sicilia dove, per dirla con Tomasi di Lampedusa, “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla”, forse ha una piccola speranza di essere ribaltato, anche se la strada, considerato il quadro generale delle cose che ancora fissa le priorità negli interessi di pochi, dei forti, rispetto ai molti, i siciliani, è molto lunga e difficoltosa.

In troppi ancora, e tra questi la politica,  “decidono di non scegliere”, nascondendo questa debolezza nell’arroganza dei piccoli privilegi, nella paura di perdere spazi, nell’incapacità di dare le “giuste” risposte ad una terra che chiede certezze e un futuro diverso, per uscire dal coma nel quale è stata condotta e nel quale “volutamente” viene mantenuta per averne il controllo.

Oggi, basta leggere (leggi qui) l’intervento di Manfredi, il figlio di Paolo Borsellino, fatto ieri sera nell’aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo davanti al Presidente della Repubblica, e interpretare l’abbraccio sincero di Sergio Mattarella a Manfredi, per accorgersi che è un giorno diverso da tutti gli altri.

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