L’intervento di Manfredi Borsellino davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Lucia ha portato la croce”

PALERMO – Queste le parole pronunziate ieri davanti al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’aula magna del Palazzo di Giustizia di Palermo, da Manfredi Borsellino, il figlio del giudice massacrato in via D’Amelio con cinque agenti della scorta, in occasione della cerimonia in ricordo del 23° anniversario della strage. Presenti, tra gli altri, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, l’assessore regionale alla Sanità, Baldo Gucciardi che in questo momento guida la Regione, e il Capo della Polizia, Alessandro Pansa.

L'abbraccio tra Manfredi Borsellino e il presidente Sergio Mattarella
L’abbraccio tra Manfredi Borsellino e il presidente Sergio Mattarella

«Oggi io intervengo non per commemorare mio padre, cosa che probabilmente molti presenti in quest’aula sanno fare e faranno meglio del sottoscritto, oggi intervengo perché non credevo che la figlia più grande di mio padre, colei con cui viveva in simbiosi e dialogava anche solo con lo sguardo, dopo 23 anni dovesse vivere un calvario simile al suo e nella stessa terra che lo ha elevato suo malgrado eroe.

Non entro, non posso entrare vista anche la mansione che ricopro e l’amministrazione cui appartengo, nel merito delle indiscrezioni giornalistiche di questi giorni, indiscrezioni che avranno turbato probabilmente molti di voi, ma vi assicuro non l’interessata, mia sorella Lucia, perché consapevole e da tempo, del clima di ostilità in cui operava e delle offese che le venivano rivolte per adempire nient’altro che al suo dovere.

Mi si lasci però dire che non sarà la veridicità o autenticità del contenuto di una singola intercettazione a impedire che i siciliani onesti, che mi sforzo a ritenere rappresentino ancora la maggioranza in questa terra disgraziata, sappiano lo scenario drammatico in cui mia sorella Lucia si è ritrovata a operare in questi anni di guida di uno dei rami più delicati dell’amministrazione regionale.

Lucia ha portato la croce fino al 30 giugno scorso, perché amava a dismisura il suo lavoro, voleva davvero una Sanità libera e felice, come diceva lei. E’ rimasta per amore di giustizia, per suo padre, per poter “spalancare” le porte di un assessorato e di una Sanità intera, da sempre in Sicilia centro di interessi e malaffare, agli inquirenti, perché nessuna risultanza investigativa generata anche dal suo operato andasse dispersa.

Non so dirvi obiettivamente con quale forza mia sorella, così apparentemente fragile, abbia retto psicologicamente e tollerato ciò che noti professionisti e manager della Sanità pensavano e avrebbero detto di lei, ma so che lei è e sarà per sempre la più degna dei figli di suo padre!

Eccellenza Prefetto Pansa, dovrei oggi chiederle qui, innanzi alle più alte cariche dello Stato, di essere destinato altrove, lontano da questa terra disgraziata, ma non solo non glielo chiedo, ma le ribadisco con forza che io ho il dovere di rimanere qui, lo devo a mio padre e adesso, soprattutto, a mia sorella Lucia.

Grazie per l’attenzione che mi avete riservato».

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