Il giornalista antimafia Paolo Borrometi

È ancora un “mestiere” affascinante quello del giornalista, garante del diritto dei cittadini di essere informati, in particolare su fatti di interesse pubblico, anche se da alcuni anni la crisi dell’editoria, in particolare della carta stampata, con l’espandersi della rete e il proliferare di giornali online, blog, social network vari, o il mancato avvio del sistema di comunicazione pubblica e privata, non assicura un vero e proprio futuro lavorativo ed economico a chi decide di seguirne la strada. 

Magari, nell’immaginario collettivo, si pensa che tutti i giornalisti sono “star”, come quelli che si è abituati a vedere in televisione o si leggono nei grandi giornali nazionali ed internazionali, con ottimi contratti e una vita sempre in movimento.

Così non è, anche se uguali sono i principi, ad iniziare dal rendere un servizio alla comunità, raccontare i fatti nella piena libertà di espressione (alla base di ogni democrazia), cercare sempre la verità con dignità ed onestà, verificare le notizie su cui si lavora, evitare ogni forma di asservimento ai poteri forti e criminali tenendo la schiena dritta.

Un “mestiere” che nonostante il travaglio interno e la sua trasformazione (si pensi al proliferare di social network), è ancora considerato una “missione”, e che se si è fortunati può anche diventare un lavoro, com’è giusto che sia, seppur nella precarizzazione dei giorni nostri, nelle sue sfaccettature pubbliche o private, quando non viene umiliato da parte di editori o presunti tali che pagano una miseria o ti chiedono di farlo gratuitamente (e c’è purtroppo chi lo fa pur di vedere la propria firma in fondo ad un articolo o in un servizio), facendo leva sull’amore per questa attività.

Un “mestiere” che oggi non si impara più “scarpinando”, andando alla ricerca della notizia, scavando dentro e dietro ai fatti, come si faceva una volta (poche le inchieste in Italia), ma che con l’avvento della rete online, ti fa arrivare la notizia, magari filtrata, sulla scrivania, nella tua e-mail o sullo smartphone. Né tantomeno si impara nei tanti corsi di laurea in “Comunicazione”, cosa molto diversa dal “Giornalismo”.

Certo, non tutto profuma di rose e fiori all’interno di questa categoria, così come in tante altre, ci sono giornalisti che marciscono subito sul nascere, puzzando, altri lungo il loro percorso di vita. Tanti, per fortuna, giovani e meno giovani, sparsi in tutto lo stivale, Sicilia compresa, con etica e professionalità, mantengono fede ai principi di un Giornalismo ancora vero e rispettoso della verità,  dei fatti e del diritto-dovere di informare i cittadini.

Sono quei giornalisti, ripeto, e sono tanti, nelle grandi come nelle piccole realtà, anche a due passi dalla nostra quotidianità, che credendo nell’importanza della “missione” e nel ruolo dell’informazione in una società che vuole guardare al futuro e crescere, continuano, tra mille difficoltà e a rischio della loro stessa incolumità, a raccontare, con grande dignità ed etica, i fatti che accadono intorno a noi, soprattutto quelli che uccidono il “bene comune”, come la criminalità organizzata e i clan mafiosi che opprimono le libertà altrui, ad iniziare dalla libertà di fare impresa e far crescere l’economia di un’intera comunità, o che utilizzano il proprio potere, anche politico, per averne un vantaggio personale.

Giornalisti coraggiosi come il giovane cronista modicano Paolo Borrometi, collaboratore dell’Agenzia Agi, presidente di Articolo21, che con i suoi articoli e le sue inchieste (con tanto di nomi e cognomi), sul sito che dirige www.laspia.it, ci racconta dei clan e delle ramificazioni mafiose nella Sicilia orientale (in particolare in provincia di Siracusa e Ragusa), con l’obiettivo di abbattere il muro del silenzio che favorisce le illegalità e salda le catene che vorrebbero tenere prigioniera e piegata la società, nei suoi vari aspetti, impedendole di essere protagonista del proprio futuro.

Da tempo sotto scorta, a causa delle minacce e delle aggressioni subite, Paolo non si è lasciato intimorire dagli “editti” nei suoi confronti emessi dai clan che denuncia con la sua azione giornalistica.

L’ultimo “editto” per chiedere l’uccisione di Paolo Borrometi, scoperto dalle indagini della Polizia, come emerge dalle intercettazioni telefoniche pubblicate, è stato emesso dal clan Giuliano di Pachino e Capo Passero, con la collaborazione dei catanesi del clan Cappello, esponenti di spicco di Cosa nostra.

Una decisione gravissima tesa a spegnere le voci libere che non hanno smesso di gridare che lo Stato, i cittadini, è più forte del malaffare. Una battaglia per il ripristino della legalità, che Paolo non deve affrontare da solo, perché ci riguarda tutti da vicino. Abbiamo il dovere di fargli sentire attorno solidarietà e condivisione.

Bisogna andare oltre il “silenzio” per non lasciare Paolo gridare da solo nel deserto, perché c’è ancora tanto bisogno di un Giornalismo che sia una “missione”, che guardi lontano, oltre l’orizzonte, mantenendo fermi i punti cardini del “mestiere”, ad iniziare dalla libertà di poterlo esercitare.

Non a caso, scrivendo e solidarizzando con Paolo anche in questa occasione, ho voluto parlare prima di Giornalismo, del “mestiere” e della “missione”, non per contravvenire alla regola che contraddistingue il lavoro del cronista, per cui la notizia più importante va data subito, ma perché Borrometi, così come Livio Abbate de l’Espresso e i tanti colleghi giornalisti che ogni giorno in Sicilia o in Calabria vengono minacciati, sono il simbolo di una informazione capace di squarciare la fitta coltre di silenzio che ancora avvolge questa nostra terra martoriata e ferita.

Mi piace chiudere con un passo tratto da una intervista sul giornalismo di Giovanni Nardi al giornalista, inviato e scrittore Tiziano Terzani, pubblicata sulla rivista “Doc”: «Non è un semplice mestiere – diceva Terzani – non un modo di guadagnarsi da vivere, ma qualcosa di più, che ha una grande dignità e una grande bellezza, perché è consacrato alla ricerca della verità. Ecco il suo valore morale, avvertibile nel modo di raccontare, nel presentare i fatti. Certo la scuola, anche una scuola ad hoc, aiuta, ma è propedeutica, perché nessuna scuola potrà mai insegnarti la missione, non ti dà quella cosa in più di cui hai bisogno: la vocazione».

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