Di Maio e 5S esultano dopo la manovra

Roma – Mentre il maggiore partito d’opposizione, il PD, già partito di governo nella passata legislatura, sembra aver ritrovato, dal lontano 4 marzo, giorno della disfatta, quello che i suoi dirigenti chiamano “risveglio democratico” scendendo in piazza a Roma contro il governo Lega-M5S e la sua manovra finanziaria che “cancella la povertà”, si accentua il dibattito proprio sul provvedimento madre dell’azione gialloverde, il Def appena varato con tanto di esultanza dai balconi di Palazzo Chigi.

A molti osservatori la scelta del governo Salvini-Di Maio di alzare il deficit al 2,4% del Pil (superando la soglia dello 0,8%, e quella dell’1,6% concessa dall’Europa), contro le indicazioni dell’Europa e delle opposizioni che si sarebbero aspettate un’operazione per ridurre, al contrario, il debito pubblico, appare suicida per il Paese che potrebbe così rischiare il default non attivando investimenti.

E senza investimenti e riduzione del debito quella che arriverebbe (usiamo il condizionale), a sentire i “detrattori” del “governo del cambiamento”, sarebbe la sfiducia di banche (sono loro a comprare il debito pubblico italiano con i titoli di stato)  e mercati, con il conseguente aumento dei tassi d’interesse per famiglie ed imprese.

Ma della “manovra del popolo”, come la definiscono Lega-M5S, tutto si può dire, tranne che non sia una grande assunzione di responsabilità da parte dei due partiti che l’hanno pensata e legittimamente voluta, nel pieno rispetto, non tanto dei dettami dell’Unione Europei o dei mercati (quest’ultimi al momento del varo della manovra hanno dato segnali negativi), ma degli impegni assunti nel contratto di Governo, prevedendo, tra gli altri, tra una “pace fiscale” (qualcuno la definirebbe un condono) e una “flat tax” al 15% per le partite Iva sino a 65 mila euro, il tanto discusso “reddito di cittadinanza” (si parte da 780 euro al mese a crescere a seconda del nucleo familiare) per i circa 6 milioni di italiani che vivono nella soglia di povertà, e per chi un lavoro non ce l’ha, le “pensioni di cittadinanza” con l’aumento alla soglia minima di sussistenza, 780 euro al mese, appunto, delle pensioni minime, e il superamento della legge Fornero sulla previdenza con l’introduzione di “quota 100” (minimo 38 anni di contributi e 62 anni  di età per andare in pensione), per ribattere agli attuali 67 anni per tutti dal 2019.

Impegni che riguardano soprattutto il welfare e che costano miliardi, dovendo finanziarli anche negli anni avvenire, che di fatto, non bisogna essere esperti per capirlo, portano ad un aumento del debito pubblico attualmente al 132% del Pil.

Di parere contrario naturalmente il Governo, convinto che  i provvedimenti assunti producano una ricchezza tale da diminuire il rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo.

Se la sostenibilità del debito pubblico italiano viene giudicata sulla base del rapporto tra debito pubblico e Pil – ha ribadito Paolo Savona, ministro agli Affari Europei ma inizialmente indicato per il MEF –  va constatato che esso si ridurrà nel corso dell’intero triennio, dato che la crescita del Pil nominale resterà in modo permanente al di sopra del 2,4 per cento del deficit di bilancio. Ciò vale nella peggiore delle ipotesi, quella di una mancata crescita, ma ancor più in quella di un successo della combinazione di spesa come quella indicata nella Nota di aggiornamento. Sono certo che il mercato valuterà in positivo le scelte fatte riconoscendo al governo il beneficio della razionalità che alimenta la speranza del mantenimento di una stabilità politica non meno preziosa della stabilità di bilancio».

“Abbiamo programmato il più consistente piano di investimenti pubblici che sia mai stato realizzato in Italia – aggiunge il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte -. Stiamo facendo del bene all’Italia e agli italiani”.

Nessun dubbio, dunque, da parte di chi guida il Paese, della bontà della manovra e della necessità di intervenire sulle “persone”, considerate le fasce di disagio e povertà, senza che questo voglia dire assistenzialismo senza sbocco (che risolve l’oggi ma non il domani), perché l’obiettivo per tutti, chi governa e chi sta all’opposizione, dovrebbero essere le garanzie per il futuro, ovvero, il lavoro e la crescita.

Questo l’auspicio e la scommessa, anche perché il contrario sarebbero anni di dolore per gli italiani.

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