La demagogia è come un boomerang

Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista
Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista

La delizia di questo fine settimana è l’ennesima polemica inutile della politica. Mentre il francescano Dibba gira le cost dell’Italia, a Roma si fa sul serio.

Luigi Di Maio, mica si accontenta di sparare “minchiate”, in canna ha un colpo micidiale, il popolo sovrano armato di forconi.

Che nella gestione del potere esista la disonestà è una certezza. Ma catalogare tutto ciò che circonda “l’essere grillino” come marciò a prescindere, è altrettanto disonesto.

Nell’azione del decidere per gli altri incidono anche elementi esterni, indipendenti dall’uomo, e di fronte ai quali manifestiamo tutta la nostra impotenza.

Esiste il fato, alla cui legge ferrea rispondeva anche Zeus, e poi, inevitabilmente governando ci si sporca le mani.

Dire queste verità è un obbligo morale e di “onestà”, la politica non è soltanto “raccattare” voti.

Le minchiate, la demagogia, il populismo sembrano non avere alcuna forma propria, ma assomigliano spiccicate ad un boomerang.

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Lo stacanovista del lavoro Alessandro Di Battista

L'on. Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle
L’on. Alessandro Di Battista del Movimento 5 Stelle

Un tempo sui giornali, l’estate della politica, mancando le notizie, era stracolma di polemiche.

Stranamente in questo ultimo scorcio della bella stagione c’è una notizia, un fatto di politica che brilla come una stella, anzi cinque.

Lo stacanovista del lavoro Alessandro Di Battista non conosce pause. La sua è una vita di rinunce, di sacrifici, di sofferenze per la causa, per il futuro e contro il dilagare del malaffare nella politica.

Ora, la questione è complessa.

In neurologia si chiama disturbo ciclotimico, il sociologo Max Weber fa risalire allo stacanovismo nel lavoro le origini del capitalismo.

C’è dell’altro.

Ogni volta che Luigi Di Maio rafforza la sua leadership interna e si proietta verso il premierato dell’onestà, il Dibba scalpita e si rende protagonista di imprese infinite e stupefacenti al limite dell’umano.

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“U sceccu”, esemplare unico di uomo

"U sceccu"
“U sceccu”

L’uomo ha sempre cercato di rappresentarsi in qualche divinità.

Gli antichi si “inventarono” dei modelli da imitare, dandogli sembianze umane, per dimostrare la superiorità dell’uomo sugli altri animali. Leggi tutto ““U sceccu”, esemplare unico di uomo”

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Competere in cultura

Fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna a Roma
Fontana della Barcaccia di Piazza di Spagna a Roma

La poesia è dolce come il miele e scorre come l’acqua.

A volte narra tristezza, morte, delusioni, amarezze, sofferenze, dispiaceri, contrarietà, disillusioni, ma c’è qualcosa che l’armonizza tutta, una specie di motivo di fondo, quella sublime soavità nel raccontare.

Leggere una poesia nella mente è la più rara delle esperienze umane.

Se dallametafisica della poesia” ci spostiamo alla “cruda realtà”, il leitmotiv della nostra vita diventa quell’individualismo cinico, che accompagna i nostri gesti.

Perchè non fare come i Greci.

Un popolo smisuratamente competitivo, comprese la necessità di spostare il “confronto” dalla guerra al gioco, e si inventarono le Olimpiadi. In palio c’era l’onore, diventare eroi.

Noi italiani eccelliamo nella retorica, ci scontriamo sul nulla, siamo degli ottimi attori nel recitare finte tragedie.

La scenografia, il contesto è eccellente, smisuratamente sublime, in ogni dove, dalle Alpi alla Sicilia.

Quindi, saliamo a bordo della “barcaccia” Italia e competiamo in cultura, alla faccia della crisi.

Invece di inscenare liti furibonde sulle gesta eroiche di Alessandro Di Battista, sulle scorte di Matteo Renzi, e sulle olgettine di Silvio Berlusconi, ci confrontiamo sulle invenzioni si Leonardo Da Vinci, sulle scoperte di Cristoforo Colombo e sull’immenso pensiero di Giovanni Falcone.

Siamo o no, un popolo di inventori, navigatori e pensatori… e allora.

Prima di tutto la cultura.

 

 

 

 

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Il pomo della discordia è l’Italicum

Il Giudizio di Paride di Pieter Paul Rubens
Il Giudizio di Paride di Pieter Paul Rubens

Ilmito del pomo” si catapulta con mirabile precisione sul nostro caso.

Ebbene, la discordia si consuma su una mela lanciata da Matteo sugli scranni parlamentari dove si stava celebrando il banchetto sulla riforma costituzionale, a cui nessuno volle partecipare.

Nella mela scrisse “al più forte”. Convinto che fosse lui.

Ma ecco la realtà, apparecchiata per distruggere il mito e trasformarlo in una favola,  “… la volpe, furba e presuntuosa… verificata l’impossibilità di prendesi la mela disse, che il frutto era ancora acerbo”.

Quella stessa mela, prima considerata “marcia” da Beppe ed i suoi compari, visto l’ottimo risultato, diventa piatto prelibato e sperano che “nessuno la tocchi”.

Si astengono dal giudizio sull’eventuale sostituzione, “sviando” la discussione sul primo piatto, quello della sostanza.

Però, questa volta la ramanzina di Alessandro Di Battista è perfetta “ma come, Matteo, prima ci hai messo la fiducia, e ora, che la mela non è buona per te, lasci decidere il Parlamento”.

Si continua a litigare, ogni scusa è buona. Difficile che si cominci a discutere.

Che poi questi nomi… prima il “Mattarellum”, poi il “Porcellum”, adesso “l’Italicum”,

ecco, cominciamo dai nomi, normali, magari italiani.

Però, non bisogna illudersi, la legge elettorale non è risolutiva. Possiamo avere il miglior sistema elettorale ed un imperfetto sistema politico, e viceversa.

Una legge è solo il contenitore, nel nostro caso di un contenuto che non c’è.

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achille-tartaruga

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