Il 9 maggio 1978, la mafia uccideva Peppino Impastato. Impegno e modello di antimafia mai scalfito dal tempo

Peppino Impastato
Peppino Impastato

Quel 9 maggio del 1978 la mafia di Cinisi, quella al comando del boss Tano Badalamenti, con le solite complicità anche istituzionali, voleva far credere agli italiani, all’opinione pubblica, che quel giovane comunista che ogni giorno la combatteva e scherniva il padrino dai microfoni di Radio Aut, fosse un terrorista rosso, dilaniato dal suo stesso tritolo che voleva piazzare, per compiere un attentato, lungo i binari ferroviari.

Quel corpo, quei pezzetti di carne, come dirà la madre Felicia, erano di Peppino Impastato. La storia e le sentenze che hanno condannato all’ergastolo Badalamenti, ci diranno che quel giovane comunista, figlio e nipote di mafiosi, che non aveva mai accettato e non si era mai inchinato alla cultura dell’illegalità, che denunciava tutti i giorni i traffici illeciti delle cosche e le collusioni con la politica, era stato assassinato e fatto saltare in area dai mafiosi proprio per questo suo impegno.

Peppino aveva 30 anni, una grande vivacità, un grande amore per la cultura, la bellezza e la poesia, che riteneva le armi per sconfiggere la piovra mafiosa che al contrario produceva dolore, morte, sottocultura e sottomissioni.

Il rischio, in un momento drammatico e delicato per l’intero Paese, con il terrorismo e l’uccisione, in quello stesso 9 maggio ’78, di Aldo Moro, sarebbe stato che la gente avrebbe potuto credere alla “costruzione” di una menzogna, screditando e vanificando le battaglie di Peppino Impastato. D’altra parte, non era la prima volta, nell’Italia dei misteri e delle stragi di Stato, che “verità costruite” venivano date in pasto all’opinione pubblica.

Ma nel caso di Peppino, la mafia e i suoi “sostenitori esterni” (che ci sono sempre anche nei vari settori dello Stato, come dimostrano le inchieste e alcune sentenze) non avevano preso nella giusta considerazione quel seme di legalità che in tanti anni di lotta quel giovane comunista aveva seminato, sulle pietre così come sul terreno fertile, dando vita a tante rigogliose spighe che nel tempo avevano dato buona farina e ottimo pane: il pane della legalità e della giustizia.

Il teorema terroristico – stragista fallì. A  fare quadrato e difendere quei piccoli semi e poi le piantine che ne  sono nate, con tenacia, senza mai un cedimento nonostante i tentativi e i colpi bassi ricevuti, c’erano la madre di Peppino, Felicia (il 10 maggio in prima serata su Rai 1 verrà ricordata con un film di Gianfranco Albano con Lunetta Savino), con il suo impegno civico e le denunce degli assassini del figlio, il fratello Giovanni, migliaia di giovani, tanti cittadini, e tante, tante, realtà associative che, ancora oggi, tenendo la schiena dritta così come ha fatto Peppino, con limpidezza, senza alcuna “vanità”, senza “personalizzazioni”,  senza tramutare un impegno in “piccolo potere”, hanno creduto e continuano a credere, così come è stato per tutte le vittime, che l’antimafia onesta, quella che inizia dalle piccole cose quotidiane, dai “modelli”, e non tanto dagli “eroi” o dalle piccole storie fine a se stesse, è possibile.

Cento passi, separavano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, cento passi di legalità, perché oggi quella casa, confiscata dallo Stato, è diventata un Museo della Memoria, della cultura della Legalità.

Trentotto anni, non sono pochi, ma Peppino Impastato e quel modello di antimafia sono vivi in ognuno di noi.

 

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