Il 21 settembre 1990 l’uccisione del giudice Livatino: “Nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”

Rosario Livatino
Rosario Livatino

Il 21 settembre del  1990, lungo la statale 640 Agrigento – Caltanissetta, un giovane giudice del tribunale di Agrigento, Rosario Livatino, 38 anni, veniva trucidato da quattro  killer della “Stidda” agrigentina, l’organizzazione criminale mafiosa contrapposta a Cosa Nostra, sul viadotto Gasena lungo la statale 640 Agrigento – Caltanissetta.

Era solo Livatino, non voleva la scorta, a bordo della sua Ford Fiesta stava recandosi da Canicattì dov’era nato ed abitava, a fare il suo lavoro di giudice.

Quella stessa strada, la SS 640, due anni prima, era stata già scenario di un “omicidio eccellente”, anzi due, quello del presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello di Palermo Antonino Saetta, e del figlio Stefano, uccisi anch’essi in un agguato mafioso sul viadotto Giulfo mentre senza scorta e con la loro auto, facevano rientro a Palermo dove il giudice abitava e lavorava.

Rosario Livatino, cattolico praticante, era ritenuto giudice “ininfluenzabile e corretto”, nella sua carriera si era occupato della “Tangentopoli siciliana” che diede un duro colpo alla mafia attraverso la confisca dei beni.

Per il suo assassinio sono stati condannati, in tre diversi processi, i sicari Paolo Amico, Domenico Pace, Gaetano Puzzangaro, Salvatore Calafato, Gianmarco Avarello e i mandanti Antonio Gallea e Salvatore Parla, boss della “Stidda”, mentre tredici anni sono inflitti a Croce Benvenuto e Giovanni Calafato, entrambi collaboratori di giustizia.

A loro si è arrivati grazie alla coraggiosa testimonianza di un testimone oculare dell’omicidio, un agente di commercio del nord, Pietro Ivano Nava, che quella mattina con la sua auto transitava dalla SS 640 e che non si girò dall’altra parte, né tantomeno nascose la testa sotto la sabbia o dietro l’omertoso “non ho visto e sentito nulla”.

Con coraggio sin da subito non ha esitato a collaborare con gli investigatori e gli inquirenti nel fare chiarezza su un omicidio le cui motivazioni restano un mistero, se non quelle di colpire un magistrato che con l’inchiesta sulla “Tangentopoli siciliana” aveva dato un duro colpo alla mafia attraverso la confisca dei beni, ed era incorrutibile.

Già, perché per quel giudice, che impropriamente l’allora presidente della Repubblica, Francesco Cossiga definì, assieme a tutti i giovani magistrati “giudici ragazzini”, parlando dell’incertezza dei giovani appena entrati in Magistratura di poter condurre indagini complesse sulla mafia, come tanti in altri settori, la schiena la teneva dritta, e i principi di correttezza e di fedeltà allo Stato che aveva deciso di servire erano sacri.

Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”, il testamento spirituale e intellettuale di Rosario Livatino, che rispettò sino alla morte, e che venne trovato scritto in un suo diario, oggi è inciso forte nel cuore di tanti giovani siciliani, e non solo, che ogni giorno rendono credibile il loro impegno contro la mafia e per far crescere libero e in democrazia questo nostro Paese.

Per Rosario Livatino la Chiesa ha iniziato il processo di Beatificazione.

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