La libertà di stampa in Italia: solo sulla carta

L’articolo 21 della Costituzione garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.

Facile affermare che essendo l’Italia un Paese democratico, con una signora Costituzione da molti invidiata, la Libertà di Stampa gode di molte garanzie e i giornalisti tutelati nello svolgimento del proprio lavoro che rappresenta un vero e proprio caposaldo a difesa della Democrazia.

Un concetto semplice a difesa della libertà d’espressione, di critica e del pluralismo dell’informazione, che scaturisce, per logica deduzione, dall’articolo 21 della Costituzione che garantisce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.

Nella realtà, però, in particolare in questo terzo millennio supertecnologico e supermediatico stretto nella morsa dei social grandi diffusori di fake news, non è proprio così, come testimoniano i tanti giornalisti minacciati o sotto scorta, soprattutto quelli che osano addentrarsi in critiche o che si occupano di giornalismo d’inchiesta,  quelli che non chiudono gli occhi o si tappano le orecchie, garantendo ai cittadini il diritto di essere informati, e a se stessi il diritto-dovere di informare.

Mantenendo così saldi, com’è giusto che sia, quei principi etici di agire nell’interesse pubblico, sfuggendo a pressioni politiche, economiche e pubblicitarie, evitando discriminazioni, nel pieno rispetto dei fatti e della dignità delle persone, tutelando i più fragili.

A fare da freno a questo percorso di libertà d’espressione non ci sono solo le minacce fisiche da parte di singoli, organizzazioni malavitose e mafiose, in particolare al sud, gruppi politici ed altro, ma come accade in Italia a pensarci  ci sono anche alcune misure normative, come quelle sulla diffamazione, basti vedere le “querele temerarie”, spesso prive di merito ma con richieste economiche risarcitorie esorbitanti che intimoriscono e zittiscono i giornalisti, a scapito della Libertà di Stampa.

Non è un caso che per il 2025 il rapporto internazionale sulla Libertà di Stampa redatto da Reporters Without Borders (RSF), colloca l’Italia  al 49° posto su 180 Paesi, ponendo ai primi posti i Paesi nordici come Norvegia,  Estonia, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Danimarca,  Irlanda, Portogallo, ecc.

Secondo Reporters Without Borders (RSF), infatti, la Libertà di Stampa in Italia continua a essere minacciata, come detto, dalle organizzazioni mafiose, in particolare nel sud del Paese, nonché da vari piccoli gruppi estremisti violenti, con giornalisti che denunciano anche i tentativi dei politici di ostacolare la loro libertà di seguire i casi giudiziari attraverso una specifica, e da più parti voluta, “legge bavaglio“, che si aggiunge alle procedure SLAPP (Strategic Lawsuits Against Pubblic Partecipation),  azioni legali strategiche e abusive intentate da soggetti potenti (politici, aziende, multinazionali, ecc.) contro giornalisti, ONG e cittadini per intimidirli, metterli a tacere e bloccare la loro partecipazione al dibattito pubblico su temi scomodi, usando costi legali e procedure lunghe come arma, anche se spesso le cause sono prive di merito.

E così ogni anno in Italia, secondo  il rapporto di Ossigeno per l’Informazione, centinaia di giornalisti subiscono minacce, intimidazioni o querele, 516 nel 2024, 361 nei primi sei mesi del 2025, con Sicilia, Lombardia e Lazio le regioni con il più alto numero di minacciati, mentre più di una ventina sono quelli sotto protezione da parte delle forze dell’ordine e un centinaio con misure leggere di tutela.

Significative, e dovrebbe far riflettere, sono le denunce contro “Report” e il coordinatore e conduttore Sigfrido Ranucci, vittima anche di un attentato dinamitardo alla sua auto davanti la sua abitazione, così come le uccisioni negli anni di tanti giornalisti: Cosimo Cristina (1960); Mauro De Mauro (1970); Giovanni Spampinato (1972); Giovanni Turiaco (1972); Guido Passalacqua (1976); Mario De Rose (1977); Carlo Casalegno  (1977);  Alessandra Rossi (1977); Peppino Impastato (1978); Mario Francese (1979); Mino Pecorelli (1979); Walter Tobagi (1980); Italo Toni (1980); Graziella De Palo (1980); Pippo Fava (1984); Giancarlo Siani (1985); Mauro Rostagno (1988); Beppe Alfano (1993); e quelli caduti all’estero compiendo il loro lavoro, Ilaria Alpi (1994); Miran Hrovatin (1994); Marcello Garatti (1995 tecnico Rai); Antonio Russo (2000); Maria Grazia Cutuli (2001); Raffaele Ciriello (2002); Enzo Baldoni (2004); Fabio Polenghi (2010 fotografo); Vittorio Arrigoni (2011); Andrea Rocchelli (2014). 

Non basta, ahimè, l’impegno delle forze dell’ordine e di associazioni come Ossigeno per l’Informazione, né dell’Ordine dei Giornalisti e né tantomeno della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, a ridurre questo fenomeno e a garantire una giusta e sufficiente protezione a chi svolge questo mestiere con la schiena dritta e ci informa sui fatti di questo Paese, magari quelli più nascosti, con inchieste sensibili, frutto di grande impegno e professionalità.

Sono spesso le pressioni, anche in forma indiretta, che giungono dal sistema politico ed economico a influire sull’autonomia dei giornalisti, costringendoli, per lo più, ad autocensurarsi per evitare di subire forme di “ritorsioni” non solo economiche o giudiziarie ma anche violente.

Ad esserne vittime, in particolare, sono spesso i freelance o i giornalisti di piccole testate, quelli privi delle coperture e delle tutele dei grandi giornali o grandi gruppi editoriali, per cui la minaccia di una causa e la richiesta di sproporzionati risarcimenti economici,  hanno un effetto intimidatorio tale che li induce a rinunciare all’inchiesta o a raccontare i fatti di cui sono a conoscenza con la libertà che gli garantirebbe l’art. 21 della Costituzione e il principio etico della professione.

Per liberare i giornalisti da queste “pesanti catene” e garantire un reale pluralismo ed una efficace Libertà di Stampa, basterebbero pochi interventi, ad iniziare dall’educare i cittadini ad essere immuni alla disinformazione e alle fake news, insieme alla modifica delle norme sulla diffamazione puntando, ad esempio, a sanzioni proporzionate e non detentive, all’introduzione di sanzioni per chi avvia cause “infondate” e “temerarie”, oltre a mettere in campo un sostegno maggiore nei confronti dei giornalisti sotto minaccia, con programmi di tutela più strutturati, una maggiore trasparenza nella proprietà dei media, spesso legati ai cosiddetti “poteri forti”, quelli politici ed economici.

Un percorso fattibile, ma si sa in Italia i processi di evoluzione culturale trovano sempre strade difficili, e allora meglio il “bavaglio” e zittire i giornalisti per chiudere i cittadini in una scatola buia e non fargli vedere la luce della realtà di ogni giorno.

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

RSS
Follow by Email
Linkedln
Share