Una persona perbene e dalla schiena dritta al Colle. Il siciliano Sergio Mattarella eletto presidente della Repubblica

Roma – Alla quarta votazione 665 su 995 votanti dei 1009 grandi elettori (160 in più del quorum di 505 richiesto) riuniti da giovedì in seduta plenaria a Montecitorio hanno posto fine alla corsa e al toto-quirinale, che le dimissioni di Giorgio Napolitano avevano aperto, eleggendo a 12° presidente della Repubblica il 74enne siciliano Sergio Mattarella. Il primo siciliano nella storia a ricoprire questa carica.

Il neo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
Il neo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Per la cronaca, il resto dei voti è andato: 127 a Ferdinando Imposimato, 46 a Vittorio Feltri, 17 a Stefano Rodotà, 2 a Emma Bonino, 2 ad Antonio Martino, 2 a Giorgio Napolitano, 2 a Romano Prodi, 14 i voti dispersi, 105 le schede bianche, e 13 quelle nulle.

A proporre il nome di Sergio Mattarella, prima all’assemblea dei grandi elettori del suo partito, il PD, di cui il nuovo presidente della Repubblica è stato uno dei 45 fondatori, era stato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio e segretario di quel partito, Matteo Renzi, che poi l’aveva girato agli alleati, a Berlusconi e all’intera platea dei 1009, con i risultati che abbiamo appena dato.

Su Sergio Mattarella, giudice costituzionale, ex ministro, ex parlamentare prima nelle fila morotee della DC e poi dei Popolari, persona schiva e fuori da ogni gioco politico (in questi 7 anni fuori dalla politica attiva non un’intervista, non una passata in tv o la presenza nei palazzi), nessuno ha avuto niente da ridire: inattaccabile.

Nemmeno quella macchina del fango che caratterizza spesso la politica italiana, salvo qualche schizzetto del solito e ormai sempre più solo Grillo, che è subito scivolato via, ha potuto macchiare la figura e la storia politica e personale di Mattarella, chiamato a fare da garante alla nostra Costituzione e,  con l’umiltà che le è stata sempre riconosciuta, rappresentare ogni cittadino di questo Paese che tra mille difficoltà tenta di uscire dalle sabbie mobili di decenni di politiche scellerate.

Il nuovo presidente della Repubblica è fratello di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione Siciliana allievo di Aldo Moro e fautore del rinnovamento siciliano, ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980. Una data che cambierà la vita dell’allora quasi quarantenne professore di Diritto.

«Uomo di assoluta lealtà e correttezza», l’ha definito il presidente uscente Giorgio Napolitano.

Di lui ha detto Claudio Fava, vice presidente della Commissione nazionale antimafia, che l’ha votato per la più alta carica dello Stato: “Uno dei pochi che sia stato capace di dire di no, come fece lo scrivano Bartleby, anche a costo di incrinare la propria carriera politica. Uno dei pochi siciliani capace di attraversare trent’anni di storia politica senza riportare un graffio, una maldicenza, un sospetto di carrierismo. Uno che la sua battaglia contro la mafia l’ha fatta raccogliendo il testimone del fratello passato per le armi da Cosa Nostra 35 anni fa, e che quel testimone ha onorato in tempi in cui i politici del suo e degli altri partiti facevano carriera fingendo di non sapere, di non vedere, di non capire. Una persona perbene che non ha cercato il Quirinale, e che saprà tutelare lo spirito della nostra costituzione senza dover chiedere permesso a nessuno”.

L’elezione di Sergio Mattarella rappresenta tutto questo. Rappresenta tutte quelle vittime della mafia che spesso molti dimenticano, ricordandoci che la lotta non è ancora finita e che la piovra è più viva che mai; rappresenta quelle persone perbene che ogni giorno fanno il proprio dovere, in silenzio, e con dedizione, sapendo di contribuire a costruire  un domani migliore; rappresenta quegli amministratori e quei funzionari pubblici che nel compiere il loro dovere mantengono la schiena dritta davanti alle mille e mille tentazioni.

Rappresenta, permettetemi, da siciliano, in un momento storico in cui anche la seconda figura dello Stato, il presidente del Senato, è un siciliano ed ex magistrato antimafia, Pietro Grasso, e la terza, la presidente della Camera, Laura Boldrini, è stata eletta in Sicilia, una speranza per questa Sicilia che, un altro siciliano, che si era presentato sventolando le bandiere della rivoluzione e dell’antimafia, purtroppo, sta drammaticamente e dolorosamente contribuendo ad affossare.

Al presidente della Repubblica, guardando al futuro di quest’isola, si chiederà un atto di coraggio e una scelta forte per salvarla. Lo stesso coraggio e la stessa scelta forte che fece il 26 luglio 1990, quando  si dimise da ministro della Pubblica Istruzione perché Andreotti aveva posto la fiducia sulla legge Mammì, quella che sanava le tre reti televisive di Berlusconi.

Certo, di lui, ancora per qualche giorno, chi non l’ha votato dirà che è stato ministro della Difesa quando venne fuori il problema dell’uranio impoverito usato nell’armamento delle nostre Forze Armate, come quelle di tutto il mondo. Uno schizzetto di fango che non ha minimamente attecchito sul volto di Mattarella, che anche le firme “più dure” del giornalismo italiano, Travaglio per intenderci, ha definito “persona perbene”.

Una caratteristica non secondaria che aggiunta ai voti del suo partito, oggi al governo del Paese,  gli hanno permesso di tagliare il nastro nella corsa al Quirinale che vedeva in campo anche altri nomi di persone importanti e altrettanto degne, da Prodi alla Bonino, e a quelli che in questi giorni sono circolati sulla stampa e votati.

Anche se Mattarella non lo avrebbe mai votato l’Associazione “Rita Atria”, la giovane collaboratrice di giustizia che si suicidò il 26 luglio del ’92, all’indomani della morte di Paolo Borsellino, che considerava un secondo padre. Il motivo, come ha scritto due giorni addietro sulla sua pagina Facebook l’Associazione, in quanto  Mattarella “Testimoniò a favore di Vincenzo Culicchia, sindaco di Partanna per 30 anni. Lo stesso sindaco denunciato dalla nostra Rita Atria”. Vincenzo Culicchia, democristiano della corrente morotea, primo sindaco di Partanna ininterrottamente dal ’62 al ’92, venne accusato di associazione mafiosa e  assolto in via definitiva nel 2000, dopo nove anni di processi. Rita Atria l’aveva accusato di essere il mandante dell’omicidio di Stefanino Nastasi, vicesindaco del paesino trapanese assassinato nell’83 in circostanze mai accertate. Anche se assolto dalla giustizia per l’Associazione “Rita Atria” gli attribuisce responsabilità politiche, e Sergio Mattarella fu garante della sua integrità. Dopo l’assoluzione definitiva, come ricorda oggi L’Ora, Culicchia aderì alla Margherita e poi al PD, venne rieletto sindaco di Partanna, deputato regionale e vice presidente della Provincia di Trapani.

Sergio Mattarella oggi è presidente della Repubblica, e a lui spetta il compito di accompagnare l’Italia nel dopo riforme e, soprattutto, verso l’uscita dal tunnel della crisi.

Nella foto di Letizia Battaglia si intravvede Sergio Mattarella con in braccio il corpo del fratello appena colpito a morte dalla mafia
Nella foto di Letizia Battaglia si intravvede Sergio Mattarella con in braccio il corpo del fratello appena colpito a morte dalla mafia

Ecco la ricostruzione della carriera politica di Sergio Mattarella che Sebastiano Messina ha fatto qualche giorno addietro dalle pagine di Repubblica.

Nato settantaquattro anni fa a Palermo, figlio di Bernardo che era stato ministro, deputato e potente democristiano in Sicilia, Sergio Mattarella voleva fare il professore di diritto pubblico. L’eredità politica del padre era stata raccolta dal fratello maggiore, Piersanti, che era rapidamente arrivato alla poltrona più potente dell’isola: la presidenza della Regione.         

Ma quando la mafia capì che quel politico quarantacinquenne non si sarebbe piegato alle sue regole, decise di toglierlo di mezzo con il piombo di una pistola. Sergio vide morire il fratello tra le sue braccia  –  era il 6 gennaio 1980  –  e fu forse in quel momento che fece la sua scelta: avrebbe fatto politica per non darla vinta a chi aveva ordinato l’assassinio.

Così tre anni dopo fu eletto deputato (in quota Zaccagnini), e l’anno dopo De Mita  –  diventato segretario  –  scelse proprio lui come plenipotenziario del partito in Sicilia. La missione era chiara: doveva bonificare la Dc di Lima e Ciancimino. La mossa di Mattarella arrivò quando si trattò di scegliere il nuovo sindaco di Palermo. Lui scelse, e riuscì a far eleggere, un giovane professore che era stato tra i consiglieri del fratello: Leoluca Orlando.

Poi De Mita, quando arrivò a Palazzo Chigi, lo richiamò a Roma. Ministro dei Rapporti col Parlamento. Andreotti lo nominò alla Pubblica Istruzione, e finì come sappiamo. Mattarella tornò a fare il deputato. Ripensarono a lui quando si trattò di riscrivere la legge elettorale per adeguarla all’esito del referendum di Mario Segni.

Così nacque quell’incastro tra collegi uninominali e quote proporzionali che fu poi battezzato da Giovanni Sartori con il nome del suo autore: Mattarellum. Il destino volle che fosse proprio quella legge, sotto il ciclone di Tangentopoli, a far crollare il partito di Mattarella, la Dc. Ma lui fu uno dei pochi che sopravvissero alla Prima Repubblica, perché l’unica macchia che erano riusciti a trovargli era una vecchia storia di buoni benzina regalatigli da un costruttore siciliano (assoluzione piena, “il fatto non sussiste”).

Nel Partito popolare che prende il posto della Dc, Mattarella fu uno degli oppositori della linea filo-berlusconiana di Buttiglione (“Vuole uccidere il partito” disse) e anche uno dei sottoscrittori della candidatura a premier di Romano Prodi, schierando il partito con il centro-sinistra. Poi vennero l’Ulivo, la Margherita e infine il Partito democratico, del quale Mattarella scrisse (con Pietro Scoppola e altri quattro) il manifesto fondativo.

Non fu Prodi però a farlo tornare al governo, ma Massimo D’Alema. A Mattarella toccava la guida del gruppo dei ministri del Ppi, e dunque la vicepresidenza del Consiglio. Poi arrivò anche il ministero: la Difesa. E lui realizzò l’impresa che non era riuscita a nessuno dei suoi predecessori: l’abolizione della naja, il servizio militare obbligatorio. Restò anche con il governo Amato, poi lasciò il governo e, nel 2008, anche il Parlamento. Che però si è ricordato di lui quando, quattro anni fa, bisognava trovare il nome di un giudice costituzionale che avesse un ampio consenso. E lui fu eletto. Sembrava che non ce l’avesse fatta, che avesse mancato il quorum per un solo voto, ma quando le schede furono ricontate si scoprì che quel voto in più c’era. Era il 5 ottobre 2011. Dopo tre anni e quattro mesi, si voterà ancora una volta sul suo nome. E lui non sarà il solo ad aspettare lo spoglio con il fiato sospeso.

 

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